Gatti di Mare

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Le immagini si accavallavano veloci e si infrangevano in un turbinio di ricordi sfocati. Le onde lo confondevano, nascondendogli un orizzonte troppo distante. Solo la notte gli avrebbe concesso un po’ di riposo, perché le stelle non si muovevano… ed erano cosi vicine, molto piu’ vicine della terraferma. Poteva solo guardare in alto, quasi toccarle le stelle, e allora riusciva anche ad afferrare i suoi pensieri,  ricordare. <Che strano>, penso’, <l’acqua non era poi cosi fredda>. Quelle stelle laggiu’ sembravano quasi le luci di Valparaíso, che amava osservare in lontananza quando di notte andava a pescare le spigole .

La prima volta che la vide la città non gli fece una grande impressione, enorme, caotica, la sensazione claustrofobica di essere una formica in un immenso formicaio. Ma l’aveva vista dal lato sbagliato, mentre dal mare tutto sarebbe sembrato piu’ bello. Lui pero’ in Cile ci era arrivato attraversando le Ande, via terra. Se lo ricordava bene quel viaggio, e con gli altri italiani ne parlava spesso in osteria. Non fu una passeggiata, attraversare le montagne,dall’Argentina al Cile, lungo una vecchia mulattiera, col vento che ti sferzava le orecchie e la polvere che ti arrossava gli occhi.

E tutto questo per cosa? Per finire annegato come una formica in un bicchiere grande come l’Oceano Pacifico! <No, No> si disse <non devo disperare, devo pensare ad altro>. E la mente torno’ indietro; ricordo’ il giorno del suo matrimonio, l’abito della festa, sua moglie, bella e giovanissima , come una madonna sull’altare di S.Giorgio. Cosa sarà restato di quella giovinezza, dopo piu’ di sette anni di sporadiche lettere dove la moglie lo implorava di tornare a casa, anche povero, senza aver fatto fortuna.

Calde lacrime cominciarono a scendergli dalle guance scivolando poi in acqua. Già due giorni erano passati a mollo, galleggiando aggrappato ad una tavola, mentre il suo compagno di barca lo aveva lasciato. <Beppe… ti saluto> disse <io non ce la faccio>.  Scivolo’ giu’ come un mattone inghiottito dai flutti, lasciandolo in un oceano di solitudine. Cosa avrebbe dato per sentire ancora  una volta il voluttuoso abbraccio della Carmen del Rio, invece il suo corpo era trafitto da milioni di spilli, macerato dal sale. Tutte le sue forze si erano consumate nel tentativo di rovesciare cio’ che restava della sua barca, la Gloriosa. Aveva gridato nello sforzo <San Giuseppe, prima la mano tua poi la mia> e si era accasciato su quel pezzo di legno.

Il terzo giorno stava ormai sorgendo, e il sole all’orizzonte lo accecava, quando in lontananza gli sembro’ di vedere qualcosa, non poteva essere un’allucinazione, era davvero un’imbarcazione! Comincio’ ad agitare le braccia e ad urlare, potevano vederlo, si che potevano, non era poi cosi lontano!  La nave fischio’, come un treno alla stazione. <Qui, sono qui, sono qui!!!!>. Vide la nave passare senza rallentare  la sua corsa <Dove andate? Maledizione, dove andate?> . Che non lo avessero visto?  Non ebbe nemmeno la forza i disperarsi, resto’ aggrappato a quel pezzo di legno, non pensando piu’ a nulla. Il terzo giorno passo’ e torno’ la notte.

Le stelle erano alte in cielo e il mare calmo, stavolta pero’ le stelle si muovevano, come tante lucciole in una notte d’estate. Una luce gli feri’ gli occhi e udi’ delle voci. Si senti afferrare da braccia forti e trascinare all’asciutto. La sua gola poté finalmente dissetarsi e comincio’ a ringraziare tutte quelle facce che non riusciva a distinguere bene. Gli davano del Rum, lo sentiva caldo e benefico nel suo stomaco. <Bevi> gli dicevano <continua a bere>. Dopo essersi ripreso, gli spiegarono che la nave che lo aveva incrociato la mattina aveva segnalato la sua presenza in mare, ma che non aveva potuto soccorrerlo perchè in avaria. Lo condussero al Porto, ma prima di tornare a casa, avrebbe dovuto testimoniare di fronte alle autorità, poiché qualcuno perse la vita in quel naufragio.

Il giudice ascolto’ brevemente la storia dell’incidente, poi chiese al marinaio di togliersi la coperta che indossava. Lembi di pelle cadettero a terra. <Ma cosa mi avete portato qui?> il giudice ebbe un moto di disgusto, <portatelo via>. Torno’ a casa, fra la gioia di amici e parenti. Il fratello, preoccupato,  gli ingiunse di abbandonare il mare e mettersi in bottega con lui. <Vedrai, lavorerai al coperto e  guadagnerai bene>.

Passarono cosi 2 mesi, vendendo sigarette e fiammiferi. I giorni passavano e le sue ferite rimarginavano. Anche il suo classico buon umore era tornato, ma di tanto in tanto lo  sguardo restava fisso nel vuoto, triste, a contemplare un orizzonte che non c’era, nascosto da una folla di persone che nuotava nelle proprie disgrazie, aggrappandosi ognuno a un qualche tavola marcia trovata qua e là.

Una mattina la saracinesca della bottega resto’ chiusa. Alcuni dissero che fu visto scivolare come un gatto nella notte in direzione del Porto. Il fratello comprese immediatamente e corse a perdifiato per cercare di fermarlo, di convincerlo a restare. Troppo tardi, le imbarcazioni avevano già preso il largo, gli sembro’ di distinguere qualcuno in lontananza che agitava il braccio in segno di saluto. Il richiamo era stato troppo forte, primordiale, gli altri non avrebbero capito, quanto forte puo’ essere il richiamo del mare. FINE.

“Liberamente ispirato da una storia vera, storia di famiglia”

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